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Innominato

L'innominato nel romanzo "I promessi sposi"

L'innominato è uno dei personaggi del romanzo "I promessi sposi".

Il ritratto dell’Innominato prende vita dalla descrizione del luogo dove vive: è una valle stretta da due catene di monti, aspra, selvaggia,costellata da precipizi e rocce appuntite.

Questo scorcio dirupato e frastagliato esprime la coscienza di chi lo domina dall’alto del suo “castellaccio”, come “un’aquila dal suo nido insanguinato”, è lo sfondo naturale della solitudine spirituale del padrone e la proiezione della sua superbia, incattivita dal male.

Tutto il paesaggio, tutta la natura recano i segni di una violenza anche se non più certa, ma diffidente.

Manzoni poi comincia a delineare con più precisione i tratti fisici e morali di una figura che già si era concretizzata nella descrizione del  luogo (riferimento nel capitolo 20 dei Promessi Sposi).

L’Innominato è “grande”: questo aggettivo non traduce solo una elevata statura e una robustezza fisica, ma anche una autorevolezza, una eccezionalità; è già anziano, ma la durezza dei lineamenti, il lampeggiare sinistro, ma vivo dei suoi occhi denotano un’energia fisica e interiore straordinaria anche per un giovane e fa dell’Innominato una persona straordinaria e non comune.

Questo personaggio si pone al di fuori della legge e anche lo Stato non può contrastarlo; è temuto da tutti e tutti sono costretti a cercare la sua amicizia.

La crisi interiore dell'Innominato

Questo tirannico potere, questa perpetua malvagità mostrano i primi segni di cedimento nel colloquio con don Rodrigo, in quanto la coscienza dell’Innominato è attraversata da perplessità e dubbi, il suo animo è diviso tra passato e presente, tra un indelebile passato di delitti e un presente che si alimenta di dubbi e di rimorsi.

Si sente improvvisamente fragile, debole, vicino alla morte e impossibilitato a frenare un destino implacabile e imminente.

Comincia a temere per la propria vita, non quella terrena, ma quella eterna.

Sente su di sé la coscienza di un giudizio divino che non può non condannarlo per la sua esistenza scellerata e lo teme; teme il suo destino.

In questo modo egli si affaccia a Dio che percepisce dentro di sé come un remoto ricordo, ma anche come una presenza reale.

Dio c’è, quindi esiste anche la responsabilità individuale della propria vita.

Questa lacerazione interiore genera in lui una specie di sdoppiamento, di volontà turbata che intuisce una presenza misteriosa, quella divina, che opera attraverso la Grazia e la misericordia, anche se ancora l’Innominato non lo sa.

Il barlume della felicità

A far precipitare verso una soluzione la crisi di volontà che colpisce l’Innominato sarà Lucia che, vivendo drammaticamente il rapimento, lo  prega e lo implora con parole ispirate dalla fede, inserendosi nella sua turbata  psicologia e inducendolo ad una prima e profonda riflessione su di sé.

Davanti all’umiltà disarmata di Lucia egli sente tutta la vanità della sua potenza e il rimorso della vita passata e presente costellata di delitti, ma allo stesso tempo la speranza di un perdono, di una grazia elargita per un’opera di misericordia.

Comincia a delinearsi più chiaramente la negazione dell’uomo antico che ha il suo culmine nella crisi notturna.

Per un attimo pensa di fare ammenda di tutti i misfatti commessi con la liberazione di Lucia, ma neanche questo pensiero riesce a rasserenarlo.

In preda alla disperazione vorrebbe suicidarsi, ma la paura di un giudizio dopo la morte lo distoglie da questo gesto; è tormentato fino al mattino, quando voci allegre e suoni di campane festanti gli fanno balenare l’idea che la felicità provata da questa gente possa essere anche per lui.

Non capisce come quelle persone possano essere così felici e comincia a desiderare anche lui un’uguale felicità (riferimento nel capitolo 21 dei Promessi Sposi).

La conversione dell'Innominato

L’innominato  decide di seguire la folla che si dirige dal cardinale Federigo Borromeo.

Grazie a questo incontro poi cede definitivamente per dare risposta alla domanda del suo cuore.

Dapprima regna il silenzio , segno di imbarazzo, vergogna, paura; il cardinale fissa il prezioso visitatore con uno sguardo penetrante ed è proprio lui a rompere il ghiaccio, ringraziando l’Innominato per l’attesa visita, ma pentendosi allo stesso tempo di non averla anticipata; è in attesa di una buona notizia da parte del suo ospite che, sbalordito per l’accoglienza ricevuta, comincia a raccontare ciò che lo sconvolge; sente infatti l’inferno nel cuore e non sa come trovare Dio.

Dio è in ogni sua sofferenza, spiega il cardinale, in ogni sua incertezza, in ogni suo lacerante dubbio ed è un Dio che perdona ogni cosa e, quando l’innominato si pentirà di tutto quello che ha fatto e condannerà la sua vita passata , allora Dio sarà glorificato.

L’Innominato allora si commuove e piange tutto il suo tormento.

L’abbraccio con il cardinale è l’abbraccio  di un Padre ritrovato e forse mai dimenticato, sempre vivo nella percezione che il bene è ciò che più corrisponde all’uomo (riferimento nel capitolo 23 dei Promessi Sposi).