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Don Abbondio

Don Abbondio nel romanzo "I promessi sposi"

Don Abbondio è il curato del paese dove è ambientata la vicenda di Renzo Tramaglino e Lucia Mondella.

E’ il primo dei personaggi introdotti nel romanzo che avrà un ruolo di grande rilievo, nonostante i suoi limitati valori morali.

Non si presenta come un personaggio forte che irrompe con un carattere deciso, né viene presentato con caratteristiche fisiche particolari, ma sembra scaturire dalla tranquillità del paesaggio.

La sua caratteristica di fondo è la normalità, l’assenza di dramma. Il suo scopo esistenziale è quello di condurre una vita tranquilla, appartata, lontana dai pericoli, sotto la protezione dell’anonimato.

Anche i suoi gesti sono meccanici, abitudinari, ripetitivi: ritorna infatti a casa dalla solita passeggiata serale, recitando le preghiere più per forza dell’abitudine che per un bisogno interiore di spiritualità.

Solo la presenza dei ciottoli lo spinge al gesto del piede che si muove a scansarli, come per eliminare pericoli imprevisti.

Don Abbondio e le minacce dei bravi

Sarebbe un personaggio piatto, scialbo, statico se non venisse rappresentato e descritto con una sottile vena ironica e non fosse incappato suo malgrado in un difficile e delicato affare.

E proprio nel momento in cui esce dalla sua tanto difesa quotidianità, si scontra con una realtà fatta di violenza , intimidazioni e ingiustizia e si trova catapultato nella storia del ‘600, caratterizzata dal dominio spagnolo in Italia, si rivela un personaggio complesso, un uomo pieno di paure, carico di contraddizioni, ricco sul piano psicologico  di passaggi di umore e di instabilità emotiva.

Nato non coraggioso, nè potente e nè ricco, decide di avviarsi al sacerdozio solo per interesse, non per vocazione, perché comunque far parte della struttura gerarchica ecclesiastica consentiva ancora una tranquillità e una protezione dalla realtà violenta del 600, fatta di soprusi e prepotenze.

Dopo l’incontro con i bravi (riferimento nel primo capitolo dei Promessi Sposi), don Abbondio, dominato quasi patologicamente dalla paura che scardina in modo apocalittico le sue sicurezze legate ad uno spazio limitato e piccolo che è quello della sua parrocchia e del suo paese, si muove meccanicamente, non sa come e cosa decidere, cosa rispondere alle minacce dei bravi di non celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia.

La viltà di don Abbondio

Prende tempo e cerca di trovare una scappatoia nell’ ambiguità, nella sua capacità di dare alle parole un significato che non impegna in termini certi, come poi farà anche con Renzo.

In una realtà fatta di simulazioni e dissimulazioni, don Abbondio non usa parole che equivalgono ad una promessa.

Si rivela un personaggio ricco di umanità, di un’ umanità però non fatta di coraggio, di levatura morale, ma fatta di viltà, di scoraggiamento.

Sembra allora chiedere continuamente al lettore pietà e comprensione e soffre a causa della situazione in cui viene a trovarsi, non certo per colpa sua, dato che per tutta la vita aveva cercato di evitare contatti con uomini potenti e vendicativi.

Elabora una sua decisa filosofia di vita: scansare gli impicci e, qualora questo nono fosse possibile, scegliere di stare con i vincitori.

In un mondo fatto di corporazioni, di gruppi di potere anche don Abbondio si crea il suo spazio dove poter sopravvivere, secondo le regole di una saggezza tutta personale, alimentata dalla paura e dall’egoismo. In questo sistema di cose non c’è posto per gli ideali.

Gli uomini che si buttano eroicamente tra i più bisognosi, per l’affermazione della giustizia, sono i suoi nemici e avversari. Il suo unico modello ideale è il quieto vivere.

Quando, nel corso del romanzo verrà ammonito dal cardinale Federigo Borromeo per essere venuto  a meno al dovere del suo ministero (riferimento nel capitolo 25 dei Promessi sposi), il povero curato non capisce, non ha proprio maturato l’idea del sacrificio eroico per proteggere i suoi fedeli.

E’ ancora convinto di aver fatto la cosa giusta non celebrando il matrimonio, scelta non solo azzeccata, ma soprattutto necessaria a salvare la pelle.